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	<title>Internet Law - Copyright Law</title>
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	<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 09:52:38 +0000</pubDate>
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		<title>Hannover, forse</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 09:52:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Maria Riccio</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[nozioni giuridiche fondamentali riccio stanzione hannover]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Ho scritto pochissimo negli ultimi giorni, ma non sto troppo bene. Pazienza, ogni tanto, evidentemente, bisogna fermarsi.
La settimana prossima dovrei (il condizionale, a questo punto, è d&#8217;obbligo) essere ad Hannover per questo convegno: http://www.ceipi.edu/pdf/actualite/Conference_Hannovre_17_18_mars_2010.pdf
Speriamo bene&#8230;
Consigli di lettura? Nulla che abbia a che fare col diritto, sto leggendo un paio di libri, tra cui the Damned [...]</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho scritto pochissimo negli ultimi giorni, ma non sto troppo bene. Pazienza, ogni tanto, evidentemente, bisogna fermarsi.<br />
La settimana prossima dovrei (il condizionale, a questo punto, è d&#8217;obbligo) essere ad Hannover per questo convegno: http://www.ceipi.edu/pdf/actualite/Conference_Hannovre_17_18_mars_2010.pdf<br />
Speriamo bene&#8230;<br />
Consigli di lettura? Nulla che abbia a che fare col diritto, sto leggendo un paio di libri, tra cui the Damned Utd di David Peace. Ah, dimenticavo! Angolo della pubblicità: è uscito un libro che ho scritto col prof. Stanzione. Si chiama &#8220;Nozioni giuridiche fondamentali&#8221; ed è edito da Cedam. Nulla di innovativo, ma un libretto agile per i tanti studneti che vogliono iniziare a studiare il diritto (quattro capitoli, uno di teoria generale, uno di diritto pubblico, uno di unione europea, uno di diritto privato). </p>
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		<title>Google? Continuiamo così, facciamoci del male&#8230;</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Feb 2010 08:55:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Maria Riccio</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[1]]></category>

		<category><![CDATA[Google Vividown Tribunal Milan Mestre Pancini Vaciago]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Un ragazzino down viene picchiato, deriso e offeso da alcuni compagni. La scena viene filmata da uno di loro e caricata su Google Video. Nel video, i ragazzi offendono non solo il loro sfortunato compagno, ma anche l’associazione Vividown. Si va in giudizio e gli aggressori vengono condannati a svolgere servizi sociali per un certo [...]</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un ragazzino down viene picchiato, deriso e offeso da alcuni compagni. La scena viene filmata da uno di loro e caricata su Google Video. Nel video, i ragazzi offendono non solo il loro sfortunato compagno, ma anche l’associazione Vividown. Si va in giudizio e gli aggressori vengono condannati a svolgere servizi sociali per un certo periodo.<br />
Ovviamente, non finisce qui. In giudizio finisce anche Google, perché sarebbe complice nella diffamazione e perché non avrebbe fornito l’informativa privacy al ragazzo che ha caricato il video.<br />
Faccio subito outing: conosco abbastanza bene il caso e ho letto le “carte” del processo; ho lavorato nel passato per Google e considero Marco Pancini, il factotum italiano di Big G, un caro amico. Conosco anche Giuseppe Vaciago, che ha assistito Google nella vicenda in questione. È un bravo collega ed un amico.<br />
Il finale della vicenda dovrebbe essere noto: l’altro ieri, tre dirigenti di Google sono stati condannati e, per quanto ne so, è la prima condanna in sede penale per Google.<br />
Tuttavia, nelle esemplificazioni giornalistiche, mi sembra non siano stati rimarcati alcuni aspetti:<br />
a)	i ragazzi che hanno commesso il fatto sono stati già condannati;<br />
b)	la famiglia del ragazzo down non si è costituita contro Google. Lo ha fatto solo l’associazione Vividown;<br />
c)	la condanna non è stata per diffamazione, ma per violazione della normativa sulla privacy.<br />
Premesse importanti, a mio avviso, perché consentono di inquadrare bene il caso.<br />
Alcuni cervelloni hanno già detto che la decisione riapre il problema dell’obbligo per gli ISP di monitorare i contenuti diffusi sui loro siti. Nulla di più falso. Ne è riprova il fatto che gli imputati sono stati assolti per il reato di diffamazione.<br />
In secondo luogo, mi sembra utile avvertire che la condanna poggerebbe sul fatto che Google Video non avrebbe fornito l’informativa privacy agli utenti. A parte il fatto che sono dell’avviso che la legge italiana non possa trovare applicazione al caso di specie, perché i server di Google si trovano negli Stati Uniti (e, quindi, se ci si attiene a quanto dice il d. lgs. 196/03, deve concludersi che il trattamento dei dati personali è avvenuto all’estero), non penso che la condanna di 3 dirigenti di una società risolva alcunché.<br />
Il PM che ha seguito il caso ha affermato – stando a quando riportano i quotidiani – che la decisione riafferma la primazia della tutela della persona umana sulla logica di impresa.<br />
Forse sarebbe sufficiente riportare le parole di Stefano Rodotà, nell’intervista pubblicata ieri da Repubblica “Segnalo che il video su Google riguardava un disabile. Giorni fa su Facebook è stato chiuso un gruppo contro i disabili. C&#8217;è evidentemente in Italia, e non solo, un rifiuto delle persone diverse da noi. Condannando i dirigenti di Google o chiudendo un gruppo su Facebook non abbiamo eliminato problema: se c&#8217;è una febbre sociale non la eliminiamo rompendo il termometro. Queste manifestazioni orribili ci segnalano un virus nella società che richiede adeguata attenzione e non si risolve solo con gli interventi della magistratura”.<br />
Mi permetto di manifestare un dubbio. Fornire l’informativa privacy al ragazzino che si  è servito di Google Video gli avrebbe impedito di pubblicare il video o lo avrebbe indotto a desistere dal farlo? Che cosa c’entra la logica di impresa, con l’omissione di un obbligo imposto per legge (e che, ripeto, a mio modesto avviso non sussiste)?<br />
Si indica la luna e qualcuno guarda il dito. L’utilizzo di internet da parte dei minori costituisce un problema, che deve essere affrontato seriamente. Colpevolizzare i gestori dei siti – grandi e piccoli, non fa differenza – serve a poco.<br />
Brevissimi appunti di viaggio. Sono stato a Bari e a Mestre. Bari è una città folle, ma affascinante, come tutte le città di mare. Bari vecchia è senza dubbio uno dei posti più belli d’Italia. Ho cenato vicino Mestre, a Dolo (molto bene, grazie a chi mi ci ha portato!) e sono rimasto letteralmente incantato dalle ville venete (e anche dalle venete…ma non ditelo a mia moglie!).<br />
Consiglio di lettura: l’intervista a Stefano Rodotà di ieri (sono contrario alla clonazione, ma andrebbe fatta un’eccezione in alcuni casi: clonate Rodotà!). Poi, se proprio avete 5 minuti e non sapete cosa fare, un mio articoletto sul caso in questione, apparso su Guida al diritto di qualche mese fa.</p>
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		<title>La SIAE? Me la faccio con Art Attack!</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Feb 2010 07:14:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Maria Riccio</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[1]]></category>

		<category><![CDATA[giovanni maria riccio siae concorrenza collecting society cisac]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>L’ultimo post l’ho scritto mentre fuori iniziava a nevicare. Preciso. Non mi piace parlare di censura, è una parola troppo abusata e troppo usata da chi, come quelli della mia generazione e di quella precedente, non l’hanno mai vissuta. Però ammetto che è solo con un po’ di sforzo che riesco a trovare altre parole [...]</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’ultimo post l’ho scritto mentre fuori iniziava a nevicare. Preciso. Non mi piace parlare di censura, è una parola troppo abusata e troppo usata da chi, come quelli della mia generazione e di quella precedente, non l’hanno mai vissuta. Però ammetto che è solo con un po’ di sforzo che riesco a trovare altre parole per definire alcune previsioni del decreto Romani.<br />
A proposito di neve. Una collega mi ha detto che quando nevica a Roma succedono cose particolari. Forse ha ragione, chissà.<br />
Un paio di novità sul piano personale. C’è un progetto per andare ad insegnare nell’est dell’Africa sub-sahariana nel quale è coinvolto il Birbeck College. Poiché, bontà loro, mi considerano ancora un “Birbecker”, l’invito è arrivato anche a me. Ci penso. La mia amica Fiona mi ha mandato un bando per andare per 4 anni a Sydney. Sydney è uno dei miei obiettivi. L’anno scorso mi ero ripromesso di andarci, qualora non si fossero verificate determinate cose. Non ho ancora capito se provarci o no.<br />
Chi mi conosce, sa che alla fine non ci proverò. Chi mi conosce bene, invece, è convinto che io ci proverò.<br />
In questi giorni sto studiando come farsi una SIAE in casa. Sì, avete letto bene. Manca Giovanni, quello di Art Attack, che dice “fatto? Fatto!”, per il resto c’è tutto.<br />
In Italia vige per legge il monopolio di SIAE. Ma ancora per quanto tempo?<br />
In altri Paesi, invece, c’è la possibilità, per altre collecting society, di operare in concorrenza tra di loro (ad esempio, in Lussemburgo).<br />
Faccio una previsione, forse non troppo azzardata se si legge la pronuncia della Commissione relativa al caso CISAC. Tra qualche anno, tutti i monopoli delle società di gestione e di raccolta dei diritti d’autore verranno meno e sarà possibile crearsi una propria società. Qualcuno ci sta già lavorando su, stiamo a vedere.<br />
Il tribunale di Roma, nella lite che vede contrapposti YouTube e Mediaset, conferma la sua opinione. Ho già espresso la mia opinione su questo caso (angolo della pubblicità: ne parlo anche in un articolo di prossima pubblicazione sul Journal of Comparative Law). Non posso che confermare che l’impressione che si stia aggirando l’art. 15 della direttiva, nel punto in cui fa divieto agli Stati membri di prevedere un obbligo di monitoraggio generale per i prestatori intermediari.<br />
Già sento la prima critica: YouTube è un prestatore intermediario? E la seconda: anche a voler ammettere che YouTube sia un motore di ricerca, i motori di ricerca non sono disciplinati dalla direttiva (ma in alcuni ordinamenti sì). Terza obiezione: i motori di ricerca fanno hosting? O non rientrano nella disciplina della direttiva e, quindi, non beneficiano delle condizioni di favore previste per gli ISP?<br />
Tutto il mio rispetto per le sezioni specializzate di diritto industriale (inclusa, ovviamente, quella romana che si sta occupando del caso): sono investite del caso e, quindi, devono giudicare. Ma quanto è serio rimettere alle singole corti nazionali la decisione di un punto così importante? In fondo, uno dei motivi che aveva portato ad inserire nella direttiva commercio elettronico la responsabilità degli ISP erano state proprio le forti oscillazioni delle corti nazionali.<br />
Oggi è Carnevale. Carnevale è la festa del mondo alla rovescia. Quindi si può dire tutto e il contrario di tutto. E, per una volta, dovreste prendervi gioco dei vostri capi, dei governanti e di tutti quelli che vi danno ordini.<br />
Consigli di lettura: la pronuncia CISAC oppure, per i non giuristi e per gli uomini di buona volontà (poiché non è più disponibile e lo trovate solo nelle biblioteche) quel capolavoro della letteratura etnologica che è Carnevale si chiamava Vincenzo, di Annabella Rossi e Roberto de Simone.</p>
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		<title>Romani senza frontiere</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Feb 2010 06:49:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Maria Riccio</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[<p>Scrivo sempre velocemente e, in genere, di notte o la mattina presto (come in questo momento, mentre abbottono la camicia&#8230;).
Piccola precisazione relativa al post precedente: ovviamente il decreto Romani dovrebbe recepire la direttiva 65 del 2007 e non la direttiva 31 del 2000. Tuttavia, contiene delle norme che modificano quest&#8217;ultima direttiva - andando ben al [...]</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Scrivo sempre velocemente e, in genere, di notte o la mattina presto (come in questo momento, mentre abbottono la camicia&#8230;).<br />
Piccola precisazione relativa al post precedente: ovviamente il decreto Romani dovrebbe recepire la direttiva 65 del 2007 e non la direttiva 31 del 2000. Tuttavia, contiene delle norme che modificano quest&#8217;ultima direttiva - andando ben al di là degli scopi della stessa dirrettiva del 2007. Per questo motivo, forse sintetizzando eccessivamente, avevo inserito l&#8217;inciso relativo all&#8217;assenza di obbligo di autorizzazione.<br />
Ne approfitto, però, per far notare un&#8217;altra cosa. L&#8217;art. 16 della direttiva del 2007 prevede che non siano servizi audiovisivi &#8220;i siti internet privati e i servizi consistenti nella fornitura o distribuzione di contenuti audiovisivi generati da utenti privati a fini di condivisione o di scambio nell’ambito di comunità di interesse&#8221;.<br />
Cosa dice il decreto Romani? Ma il contrario, ovviamente. Non mi piace mai parlare di censura, penso che sia una parola abusata e da utilizzare con parsimonia.<br />
Scappo, a Roma nevica!</p>
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		<title>Romani, barbari o cinesi?</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Feb 2010 00:35:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Maria Riccio</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[decreto romani internet cina autorizzazione direttiva commercio elettronico]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Il governo sta per varare un&#8217;altra norma di modernità, progresso e innovazione. Forse qualcuno avrà sentito parlare del decreto Romani. I punti salienti. La previsione di un&#8217;autorizzazione preventiva per i siti. Romani si giustifica dicendo che null&#8217;altro sarebbe se non il recepimento della direttiva sul commercio elettronico. A parte il fatto che la direttiva e&#8217; [...]</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il governo sta per varare un&#8217;altra norma di modernità, progresso e innovazione. Forse qualcuno avrà sentito parlare del decreto Romani. I punti salienti. La previsione di un&#8217;autorizzazione preventiva per i siti. Romani si giustifica dicendo che null&#8217;altro sarebbe se non il recepimento della direttiva sul commercio elettronico. A parte il fatto che la direttiva e&#8217; stata recepita quasi 7 anni fa, chiunque sappia leggere potrà notare che l&#8217;art. 4 della direttiva dice esattamente il contrario: &#8220;Gli Stati membri garantiscono che l’accesso all’attività di un prestatore di un servizio della società dell’informazione ed il suo esercizio non siano soggetti ad autorizzazione preventiva o ad altri requisiti di effetto equivalente&#8221;.<br />
E&#8217; sempre rassicurante notare quanto i nostri politici siano consapevoli delle cose che vorrebbero regolamentare.<br />
Una domanda, retorica ovviamente: ma non si potrebbe chiedere prima un parere (anche un pareruccio) di un esperto? Non dico di rivolgersi al sottoscritto, per carità. Ma ce ne sono tanti e tanto noti. La prossima volta, magari, prima di fare figure del genere, provate a chiamarne uno.<br />
Secondo punto: Romani, il cui decreto è stato criticato da tutti, incluso il presidente dell&#8217;AGCOM, vorrebbe introdurre una sorta di parental control di Stato. L&#8217;unico Paese - per quanto ne so -in cui esiste qualcosa di simile è la Cina.<br />
Poi ci sarebbero tante altre previsioni, che riguardano altri media e che fatto storcere il naso (e non solo) agli operatori dei relativi settori.<br />
Tra le varie notizie del giorno c&#8217;e&#8217; anche il complicato rapporto Telecom/Telefonica, sul quale ammetto di aver capito poco. Alzi pure la mano chi ha chiara la situazione.<br />
Poi c&#8217;e&#8217; in Francia la sentenza della Cassazione sul caso Tiscali. Ho già fatto cenno a questa decisione, ma vi consiglio di dare una lettura al commento del mio amico Lionel Thoumyre.</p>
<p>Consiglio di lettura: il report di Amnesty International sul controllo di internet da parte del governo cinese.</p>
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		<title>Prossimi impegni</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Feb 2010 06:43:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Maria Riccio</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[<p>Questi i prossimi convegni/lezioni (almeno quelli fissati al momento). Se qualcuno passa per una di quelle parti e ha voglia di un caffe&#8217; o di un the, si faccia vivo!</p>
<p>17 feb bari
23 feb venezia
1 mar foggia
8 mar macerata
16-18 mar hannover (appuntamento interessante: conferenza internazionale su copyright e responsabilità in internet)
20 marzo roma (lezione al master [...]</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questi i prossimi convegni/lezioni (almeno quelli fissati al momento). Se qualcuno passa per una di quelle parti e ha voglia di un caffe&#8217; o di un the, si faccia vivo!</p>
<p>17 feb bari<br />
23 feb venezia<br />
1 mar foggia<br />
8 mar macerata<br />
16-18 mar hannover (appuntamento interessante: conferenza internazionale su copyright e responsabilità in internet)<br />
20 marzo roma (lezione al master luiss del prof. ghidini su propr intellettuale e industriale)<br />
23 mar bari (lezione al cons dell&#8217;ordine degi avvocati su sport e diritto industriale + diritti televisivi + cosa un po&#8217; nuova, diritti cinematografici e sport)</p>
<p>ps un&#8217;amica mi ha fatto notare che alle volte salto le virgole, ci sono pensieri &#8220;appesi&#8221;, ecc.<br />
è vero, ma non mi rileggo mai!</p>
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		<title>Il marchio Louvre e l&#8217;equo (?) compenso</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Feb 2010 00:50:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Maria Riccio</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[giovanni maria riccio jean clair louvre marchio]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>In treno andando a Lecce. Treno notturno. Posto singolo, viaggio da “signore”, ma è impossibile sfuggire al senso di povertà e di abbandono che segna i treni notturni. Sui notturni mi viene sempre in mente una vecchia canzone degli Africa Unite, Subacqueo (temo che a ricordarla siamo una decina nel globo terrestre). Lecce è una [...]</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In treno andando a Lecce. Treno notturno. Posto singolo, viaggio da “signore”, ma è impossibile sfuggire al senso di povertà e di abbandono che segna i treni notturni. Sui notturni mi viene sempre in mente una vecchia canzone degli Africa Unite, Subacqueo (temo che a ricordarla siamo una decina nel globo terrestre). Lecce è una delle città più belle e più irraggiungibili d’Italia. Una condanna, davvero.<br />
La settimana scorsa sono stato a Milano. Concerto degli Arctic Monkeys al Palasharp, un posto indegno, con un’acustica terribile. È davvero sconcertante quanti pochi siano i posti in Italia in grado di accogliere un concerto rock e di garantire un livello di ascolto decente (almeno in proporzione al costo del biglietto).<br />
Poi ho visto un paio di mostre. La triennale del design mi è piaciuta molto. Lo dico ai miei studenti: in quanti sapete dirmi dove finisce la tutela di un brevetto e inizia quella del diritto d’’autore? Prendete un Taschen sul design e poi provate a rispondere a questa domandina.<br />
Ho visto anche la mostra di Hopper. Non sono un critico d’arte, ma mi sembrava un po’ miserabile. Ho comprato un libro di Jean Clair &#8220;La crisi dei musei&#8221;. La tesi di fondo – che parte dalla vicenda nota della creazione di un altro Louvre negli Emirati Arabi – è che i musei non possano essere commercializzati (nel senso che non dovrebbe essere possibile effettuare prestiti a lunga scadenza di opere di proprietà dei musei stessi) e che non sia possibile creare un marchio legato ad un museo (per restare al caso del libro, il marchio Louvre). La questione è complessa e Clair è anche affascinante quando parla della necessità di non trasformare l’arte in un prodotto (sono d’accordo al 100%) e quando ci ricorda che il rapporto con l’arte è inscindibilmente (almeno fino ad epoca recente) legato al rito. Tuttavia, dubito fortemente che non sia possibile creare un marchio Louvre. La questione, è evidente, non è giuridica. Se si riflette, sulla funzione del marchio, però, ci si dovrebbe render conto che sia ben possibile garantire la qualità di un allestimento, di una mostra. Louvre significa non solo Parigi. Significa anche una tradizione archivistica, significa esperti tra i più validi al mondo. E, allora, perché non usare quel marchio negli Emirati Arabi?  E perché scandalizzarsi se ciò avviene per fare cassa? Sinceramente, trovo un po’ insopportabile il doversi appellare, sempre e comunque (alle volte in maniera quasi capricciosa) alle sovvenzioni statali?<br />
Altre cose. L’ho scritto e lo ripeto. Il decreto sull’equo compenso è vergognoso. L’idea di fondo dell’equo compenso è la seguente: i consumatori acquistano dei prodotti destinati alla riproduzione delle opere, ad esempio, un cd vergine. Questo cd è gravato da una somma (un tributo, forse una tassa) che è proporzionale al suo costo e, a seguito del nuovo decreto, dalle sue capacità di memoria e che dovrebbe compensare gli autori del danno subito dalla riproduzione delle loro opere. Fin qui, nulla quaestio. Il problema, però, si pone allorquando si analizzano i meccanismi di ripartizione. Il decreto fissa le percentuali da destinare agli autori e quelle da destinare ai produttori, ma non dice chi, in realtà, prenda questi soldi. Ho cercato in ogni dove questi dati, ma non esistono (o, meglio, non sono pubblici). Non  sarebbe il caso di assicurare maggiore trasparenza? Ma c’è dell’altro. SIAE trattiene, per non meglio specificate spese di gestione, una parte delle somme raccolte per l’equo compenso (nel 2007, se ben ricordo, qualcosa come 4 milioni di euro). Anche in questo caso, non sarebbe il caso di specificare dove vanno a finire questi soldi? Lo so che la cosa desterà meraviglia, ma, anche in questo caso, non ci sono dati.<br />
E ancora. Il decreto ha ampliato a dismisura il paniere dei beni per i quali è dovuto l’equo compenso. Se acquisto una pen drive, ad esempio, una parte dei miei soldi andrà a compensare autori e produttori. Perché? Perché, naturalmente, una pen drive è una memoria e, in teoria, potrebbe contenere dei file musicali. Lo stesso vale per i telefonini. Qualcuno potrebbe obiettare che, generalmente, le pen drive vengono utilizzate per altro. Non importa. Fatti vostri.<br />
Qualcun altro potrebbe obiettare che andrebbero scisse le utilizzazioni professionali da quelle amatoriali. Si pensi a chi acquista, per il proprio lavoro e non per duplicare cd, migliaia di cd vergini. Non meriterebbero di essere tutelati? La scorsa settimana ha chiamato allo studio un signore che produce apparecchi per il settore sanitario e che, ahilui, possono essere destinati alla registrazione. Deve pagare, ça va sans dire, l’equo compenso, partendo, nelle gare di appalto comunitarie, da una posizione più svantaggiata rispetto ai concorrenti stranieri che non pagano l’equo compenso e che, quindi, possono offrire prezzi minori.<br />
Dimenticavo, altro problema. SIAE dice: abbiamo cambiato il decreto per adeguarlo all’Europa. A quale Europa? La direttiva 29 (e, in particolare, l’art. 5) non prevede alcuna armonizzazione, tant’è che sono pendenti alcune richieste pregiudiziali alla Corte di Giustizia (finalizzate, per l’appunto, a sapere se sussista o meno quest’intento di armonizzazione da parte della direttiva) e tant’è che in alcuni Paesi l’equo compenso non esiste (ad esempio, in Inghilterra ed in Irlanda). Di quale Europa parliamo? Forse dell’amata Francia, che ha aumentato i costi dell’equo compenso? Ma come, proprio quella Francia che ha un presidente la cui campagna elettorale è stata finanziata, tra gli altri, dal capo della FNAC, il più grande editore-produttore francese?<br />
Consiglio di lettura: ovviamente Jean Clair, La crisi dei musei</p>
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		<title>La révolution culturelle</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Jan 2010 13:35:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Maria Riccio</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[<p>All’aeroporto di Charleroi, tradito dalla mia ansia e dalla scarsa fiducia nei trasporti belgi. Il mio aereo parte tra quattro – dico quattro – ore. Sono seduto davanti agli arrivi. Poco fa è atterrato un aereo dal nord Africa e, nel grigio della Vallonia, sono comparsi anziani in abiti tipici, donne con gli occhi profondi [...]</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>All’aeroporto di Charleroi, tradito dalla mia ansia e dalla scarsa fiducia nei trasporti belgi. Il mio aereo parte tra quattro – dico quattro – ore. Sono seduto davanti agli arrivi. Poco fa è atterrato un aereo dal nord Africa e, nel grigio della Vallonia, sono comparsi anziani in abiti tipici, donne con gli occhi profondi del Sud, carnevali di chador colorati, denti d’oro e facce da duri. I piccoli belgi, oramai di terza generazione, stringevano borsette di Dora l’esploratrice o animaletti di peluche, mentre strani nonni gli parlavano in arabo e li baciavano sulla fronte. La nuova Europa. Che bella quest’Europa. Sono stato adolescente in un mondo che amava le differenze. Un mondo grandissimo, nel quale si andava poco all’estero. Senza voli low cost, senza internet. Un mondo provinciale eppure, paradossalmente, più aperto. Un mondo nel quale parlare della necessità di inserire un riferimento alle radici cristiane avrebbe fatto sorridere. Un mondo nel quale nessuno si preoccupava che i nuovi arrivati dovessero adattarsi ai nostri usi e consumi, credere al nostro Dio o rispettare le nostre feste. Dove i crocifissi erano appesi pacificamente alle pareti, nell’indifferenza di tutti.<br />
Finito il convegno a Namur. Almeno per me. Ho perso la relazione di Giovanni Buttarelli (uno dei due italiani relatori), ma ho letto il testo che aveva consegnato. C’è stato un intervento sui problemi giuridici di Facebook (non poteva mancare, ovviamente), interessante, ben documentato.<br />
Per il resto nulla che mi abbia colpito particolarmente.<br />
Ho comprato un inserto di Le Monde Diplomatique, intitolato “Internet révolution culturelle”. Ho sfogliato l’indice e mi sembra molto interessante.<br />
Ho letto la sentenza della cassazione francese sul caso Tiscali, in cui si torna a parlare di ISP come editori. Davvero un brutto ritorno al passato. Se vi interessa, la decisione è pubblicata qua: http://www.droit-technologie.org/actuality/details.asp?id=1294 commentata dai miei amici Thibault e Bertrand.<br />
Consiglio di lettura: Tahar Ben Jelloun, Notte fatale oppure Moha il folle, Moha il saggio (regalatomi dalla mia migliore amica Daniela, tanti, ma proprio anni fa…credo fosse il 1992 o giù di lì).</p>
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		<title>Namur (dieci anni dopo&#8230;)</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Jan 2010 15:56:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Maria Riccio</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[giovanni maria riccio namur etienne montero yves poullet crid]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Sono in Belgio, a Namur per il trentennale del CRID. È la mia quarta volta qua, la prima nel 1998. Mi fa anche un certo effetto, perché la prima volta avevo 23 anni ed ero all’inizio della mia carriera accademica. Qui il primo convegno internazionale (nel 2000, per il ventennale del CRID), qui le prime [...]</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono in Belgio, a Namur per il trentennale del CRID. È la mia quarta volta qua, la prima nel 1998. Mi fa anche un certo effetto, perché la prima volta avevo 23 anni ed ero all’inizio della mia carriera accademica. Qui il primo convegno internazionale (nel 2000, per il ventennale del CRID), qui le prime conoscenze. Ho praticamente dimenticato tutto il francese che parlavo. Il cielo, ora come allora, è grigio. Per il resto non mi sembra che sia cambiato molto.<br />
La dottrina belga ha un pregio ed ha un difetto. Il pregio: è aggiornatissima. Il difetto:  è aggiornatissima e basta, nel senso che non ha una spiccata capacità a guardarsi alle spalle, a cercare di ragionare per categorie generali. È significativo, a mio avviso, che nella sessione che sto seguendo (su commons e copyirhgt), l’unica che abbia fatto riferimento alla nozione storica di commons e ai limiti dei paradigmi proprietari è stata una collega francese.<br />
Per il resto, a parte il mio personal déjà-vu, tutto molto bello e, come sempre, il CRID dimostra la capacità di catalizzare in una piccola cittadina di provincia (a dispetto del roboante cartello che ti accoglie in città e che dice “benvenuto nella capitale della Vallonia”). Chapeau, quindi, ad Yves Poullet ed al suo gruppo di ricercatori (coi quali, negli ultimi anni, mi è capitato di lavorare spesso, tutti bravi e seri).</p>
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		<title>Thai Kudzu e non muori mai (forse&#8230;)</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Jan 2010 00:28:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Maria Riccio</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[giovanni maria riccio medicina omeopatica marchio brevetto tradizionale corte suprema thailandia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Mia madre ha provato a farmi curare omeopaticamente per circa 30 anni e (purtroppo, devo ammettere) per pigrizia ultimamente ho smesso, preferendo imbottirmi di munnezza spacciata per medicina. Forse per questo mio retaggio familiare, ho letto con molto interesse una decisione della Corte Suprema thailandese, che ha stabilito che non è tutelabile un prodotto erboristico [...]</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mia madre ha provato a farmi curare omeopaticamente per circa 30 anni e (purtroppo, devo ammettere) per pigrizia ultimamente ho smesso, preferendo imbottirmi di munnezza spacciata per medicina. Forse per questo mio retaggio familiare, ho letto con molto interesse una decisione della Corte Suprema thailandese, che ha stabilito che non è tutelabile un prodotto erboristico a base di Thai Kudzu, un’erba medica che avrebbe il potere di ritardare l’invecchiamento. In alcuni Paesi (ad esempio in Giappone e negli Stati Uniti) sono stati registrati dei brevetti relativi a prodotti contenenti quest’erba.<br />
Nel 1999, anche un imprenditore thailandese ha ottenuto il brevetto “Herb Ingredient from Pueraria Candollei” (il nome scientifico dell’erba in questione), pretendendo che tutti gli altri imprenditori che producevano prodotti con tale ingrediente sospendessero immediatamente la produzione. Questi ultimi, però, hanno presentato in giudizio una pubblicazione del 1931, nella quale si sostenevano le proprietà della Thai Kudzu associata al latte (i due principali ingredienti del prodotto brevettato). Il titolare del brevetto, a sua volta, si è difeso sostenendo che il suo prodotto era composto anche da altri ingredienti, in grado di incidere sul colore e sull’odore del prodotto.<br />
La Corte Suprema, però, ha ritenuto che tali ingredienti non fossero necessari per garantire le finalità officinali e, pertanto, ha revocato il brevetto inizialmente concesso. In sostanza, i giudici hanno stabilito che si tratta di una conoscenza tradizionale e che, in quanto tale, non è suscettibile di appropriazione, né può determinare la nascita di una privativa.<br />
Ah dimenticavo. Se avete un trauma (ma non deve esserci sangue), non c’è prodotto migliore della pomata di arnica (soprattutto se UNDA). Può essere usata anche per i bambini piccoli, che frequentemente danno testate (è stata ampiamente testata anche su mia figlia, con ottimi risultati). Non posso augurarmi che la proviate, ma, nel caso, fatemi sapere…</p>
<p>consiglio di lettura: Terzani, Un altro giro di giostra (almeno la parte in cui parla delle cure hannemaniane) e poi, come minimo, la pagina di Wikipedia sull&#8217;omeopatia.</p>
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