Google? Continuiamo così, facciamoci del male…
Un ragazzino down viene picchiato, deriso e offeso da alcuni compagni. La scena viene filmata da uno di loro e caricata su Google Video. Nel video, i ragazzi offendono non solo il loro sfortunato compagno, ma anche l’associazione Vividown. Si va in giudizio e gli aggressori vengono condannati a svolgere servizi sociali per un certo periodo.
Ovviamente, non finisce qui. In giudizio finisce anche Google, perché sarebbe complice nella diffamazione e perché non avrebbe fornito l’informativa privacy al ragazzo che ha caricato il video.
Faccio subito outing: conosco abbastanza bene il caso e ho letto le “carte” del processo; ho lavorato nel passato per Google e considero Marco Pancini, il factotum italiano di Big G, un caro amico. Conosco anche Giuseppe Vaciago, che ha assistito Google nella vicenda in questione. È un bravo collega ed un amico.
Il finale della vicenda dovrebbe essere noto: l’altro ieri, tre dirigenti di Google sono stati condannati e, per quanto ne so, è la prima condanna in sede penale per Google.
Tuttavia, nelle esemplificazioni giornalistiche, mi sembra non siano stati rimarcati alcuni aspetti:
a) i ragazzi che hanno commesso il fatto sono stati già condannati;
b) la famiglia del ragazzo down non si è costituita contro Google. Lo ha fatto solo l’associazione Vividown;
c) la condanna non è stata per diffamazione, ma per violazione della normativa sulla privacy.
Premesse importanti, a mio avviso, perché consentono di inquadrare bene il caso.
Alcuni cervelloni hanno già detto che la decisione riapre il problema dell’obbligo per gli ISP di monitorare i contenuti diffusi sui loro siti. Nulla di più falso. Ne è riprova il fatto che gli imputati sono stati assolti per il reato di diffamazione.
In secondo luogo, mi sembra utile avvertire che la condanna poggerebbe sul fatto che Google Video non avrebbe fornito l’informativa privacy agli utenti. A parte il fatto che sono dell’avviso che la legge italiana non possa trovare applicazione al caso di specie, perché i server di Google si trovano negli Stati Uniti (e, quindi, se ci si attiene a quanto dice il d. lgs. 196/03, deve concludersi che il trattamento dei dati personali è avvenuto all’estero), non penso che la condanna di 3 dirigenti di una società risolva alcunché.
Il PM che ha seguito il caso ha affermato – stando a quando riportano i quotidiani – che la decisione riafferma la primazia della tutela della persona umana sulla logica di impresa.
Forse sarebbe sufficiente riportare le parole di Stefano Rodotà, nell’intervista pubblicata ieri da Repubblica “Segnalo che il video su Google riguardava un disabile. Giorni fa su Facebook è stato chiuso un gruppo contro i disabili. C’è evidentemente in Italia, e non solo, un rifiuto delle persone diverse da noi. Condannando i dirigenti di Google o chiudendo un gruppo su Facebook non abbiamo eliminato problema: se c’è una febbre sociale non la eliminiamo rompendo il termometro. Queste manifestazioni orribili ci segnalano un virus nella società che richiede adeguata attenzione e non si risolve solo con gli interventi della magistratura”.
Mi permetto di manifestare un dubbio. Fornire l’informativa privacy al ragazzino che si è servito di Google Video gli avrebbe impedito di pubblicare il video o lo avrebbe indotto a desistere dal farlo? Che cosa c’entra la logica di impresa, con l’omissione di un obbligo imposto per legge (e che, ripeto, a mio modesto avviso non sussiste)?
Si indica la luna e qualcuno guarda il dito. L’utilizzo di internet da parte dei minori costituisce un problema, che deve essere affrontato seriamente. Colpevolizzare i gestori dei siti – grandi e piccoli, non fa differenza – serve a poco.
Brevissimi appunti di viaggio. Sono stato a Bari e a Mestre. Bari è una città folle, ma affascinante, come tutte le città di mare. Bari vecchia è senza dubbio uno dei posti più belli d’Italia. Ho cenato vicino Mestre, a Dolo (molto bene, grazie a chi mi ci ha portato!) e sono rimasto letteralmente incantato dalle ville venete (e anche dalle venete…ma non ditelo a mia moglie!).
Consiglio di lettura: l’intervista a Stefano Rodotà di ieri (sono contrario alla clonazione, ma andrebbe fatta un’eccezione in alcuni casi: clonate Rodotà!). Poi, se proprio avete 5 minuti e non sapete cosa fare, un mio articoletto sul caso in questione, apparso su Guida al diritto di qualche mese fa.