Friday, February 26, 2010

Google? Continuiamo così, facciamoci del male…

Un ragazzino down viene picchiato, deriso e offeso da alcuni compagni. La scena viene filmata da uno di loro e caricata su Google Video. Nel video, i ragazzi offendono non solo il loro sfortunato compagno, ma anche l’associazione Vividown. Si va in giudizio e gli aggressori vengono condannati a svolgere servizi sociali per un certo periodo.
Ovviamente, non finisce qui. In giudizio finisce anche Google, perché sarebbe complice nella diffamazione e perché non avrebbe fornito l’informativa privacy al ragazzo che ha caricato il video.
Faccio subito outing: conosco abbastanza bene il caso e ho letto le “carte” del processo; ho lavorato nel passato per Google e considero Marco Pancini, il factotum italiano di Big G, un caro amico. Conosco anche Giuseppe Vaciago, che ha assistito Google nella vicenda in questione. È un bravo collega ed un amico.
Il finale della vicenda dovrebbe essere noto: l’altro ieri, tre dirigenti di Google sono stati condannati e, per quanto ne so, è la prima condanna in sede penale per Google.
Tuttavia, nelle esemplificazioni giornalistiche, mi sembra non siano stati rimarcati alcuni aspetti:
a) i ragazzi che hanno commesso il fatto sono stati già condannati;
b) la famiglia del ragazzo down non si è costituita contro Google. Lo ha fatto solo l’associazione Vividown;
c) la condanna non è stata per diffamazione, ma per violazione della normativa sulla privacy.
Premesse importanti, a mio avviso, perché consentono di inquadrare bene il caso.
Alcuni cervelloni hanno già detto che la decisione riapre il problema dell’obbligo per gli ISP di monitorare i contenuti diffusi sui loro siti. Nulla di più falso. Ne è riprova il fatto che gli imputati sono stati assolti per il reato di diffamazione.
In secondo luogo, mi sembra utile avvertire che la condanna poggerebbe sul fatto che Google Video non avrebbe fornito l’informativa privacy agli utenti. A parte il fatto che sono dell’avviso che la legge italiana non possa trovare applicazione al caso di specie, perché i server di Google si trovano negli Stati Uniti (e, quindi, se ci si attiene a quanto dice il d. lgs. 196/03, deve concludersi che il trattamento dei dati personali è avvenuto all’estero), non penso che la condanna di 3 dirigenti di una società risolva alcunché.
Il PM che ha seguito il caso ha affermato – stando a quando riportano i quotidiani – che la decisione riafferma la primazia della tutela della persona umana sulla logica di impresa.
Forse sarebbe sufficiente riportare le parole di Stefano Rodotà, nell’intervista pubblicata ieri da Repubblica “Segnalo che il video su Google riguardava un disabile. Giorni fa su Facebook è stato chiuso un gruppo contro i disabili. C’è evidentemente in Italia, e non solo, un rifiuto delle persone diverse da noi. Condannando i dirigenti di Google o chiudendo un gruppo su Facebook non abbiamo eliminato problema: se c’è una febbre sociale non la eliminiamo rompendo il termometro. Queste manifestazioni orribili ci segnalano un virus nella società che richiede adeguata attenzione e non si risolve solo con gli interventi della magistratura”.
Mi permetto di manifestare un dubbio. Fornire l’informativa privacy al ragazzino che si è servito di Google Video gli avrebbe impedito di pubblicare il video o lo avrebbe indotto a desistere dal farlo? Che cosa c’entra la logica di impresa, con l’omissione di un obbligo imposto per legge (e che, ripeto, a mio modesto avviso non sussiste)?
Si indica la luna e qualcuno guarda il dito. L’utilizzo di internet da parte dei minori costituisce un problema, che deve essere affrontato seriamente. Colpevolizzare i gestori dei siti – grandi e piccoli, non fa differenza – serve a poco.
Brevissimi appunti di viaggio. Sono stato a Bari e a Mestre. Bari è una città folle, ma affascinante, come tutte le città di mare. Bari vecchia è senza dubbio uno dei posti più belli d’Italia. Ho cenato vicino Mestre, a Dolo (molto bene, grazie a chi mi ci ha portato!) e sono rimasto letteralmente incantato dalle ville venete (e anche dalle venete…ma non ditelo a mia moglie!).
Consiglio di lettura: l’intervista a Stefano Rodotà di ieri (sono contrario alla clonazione, ma andrebbe fatta un’eccezione in alcuni casi: clonate Rodotà!). Poi, se proprio avete 5 minuti e non sapete cosa fare, un mio articoletto sul caso in questione, apparso su Guida al diritto di qualche mese fa.

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Wednesday, February 17, 2010

La SIAE? Me la faccio con Art Attack!

L’ultimo post l’ho scritto mentre fuori iniziava a nevicare. Preciso. Non mi piace parlare di censura, è una parola troppo abusata e troppo usata da chi, come quelli della mia generazione e di quella precedente, non l’hanno mai vissuta. Però ammetto che è solo con un po’ di sforzo che riesco a trovare altre parole per definire alcune previsioni del decreto Romani.
A proposito di neve. Una collega mi ha detto che quando nevica a Roma succedono cose particolari. Forse ha ragione, chissà.
Un paio di novità sul piano personale. C’è un progetto per andare ad insegnare nell’est dell’Africa sub-sahariana nel quale è coinvolto il Birbeck College. Poiché, bontà loro, mi considerano ancora un “Birbecker”, l’invito è arrivato anche a me. Ci penso. La mia amica Fiona mi ha mandato un bando per andare per 4 anni a Sydney. Sydney è uno dei miei obiettivi. L’anno scorso mi ero ripromesso di andarci, qualora non si fossero verificate determinate cose. Non ho ancora capito se provarci o no.
Chi mi conosce, sa che alla fine non ci proverò. Chi mi conosce bene, invece, è convinto che io ci proverò.
In questi giorni sto studiando come farsi una SIAE in casa. Sì, avete letto bene. Manca Giovanni, quello di Art Attack, che dice “fatto? Fatto!”, per il resto c’è tutto.
In Italia vige per legge il monopolio di SIAE. Ma ancora per quanto tempo?
In altri Paesi, invece, c’è la possibilità, per altre collecting society, di operare in concorrenza tra di loro (ad esempio, in Lussemburgo).
Faccio una previsione, forse non troppo azzardata se si legge la pronuncia della Commissione relativa al caso CISAC. Tra qualche anno, tutti i monopoli delle società di gestione e di raccolta dei diritti d’autore verranno meno e sarà possibile crearsi una propria società. Qualcuno ci sta già lavorando su, stiamo a vedere.
Il tribunale di Roma, nella lite che vede contrapposti YouTube e Mediaset, conferma la sua opinione. Ho già espresso la mia opinione su questo caso (angolo della pubblicità: ne parlo anche in un articolo di prossima pubblicazione sul Journal of Comparative Law). Non posso che confermare che l’impressione che si stia aggirando l’art. 15 della direttiva, nel punto in cui fa divieto agli Stati membri di prevedere un obbligo di monitoraggio generale per i prestatori intermediari.
Già sento la prima critica: YouTube è un prestatore intermediario? E la seconda: anche a voler ammettere che YouTube sia un motore di ricerca, i motori di ricerca non sono disciplinati dalla direttiva (ma in alcuni ordinamenti sì). Terza obiezione: i motori di ricerca fanno hosting? O non rientrano nella disciplina della direttiva e, quindi, non beneficiano delle condizioni di favore previste per gli ISP?
Tutto il mio rispetto per le sezioni specializzate di diritto industriale (inclusa, ovviamente, quella romana che si sta occupando del caso): sono investite del caso e, quindi, devono giudicare. Ma quanto è serio rimettere alle singole corti nazionali la decisione di un punto così importante? In fondo, uno dei motivi che aveva portato ad inserire nella direttiva commercio elettronico la responsabilità degli ISP erano state proprio le forti oscillazioni delle corti nazionali.
Oggi è Carnevale. Carnevale è la festa del mondo alla rovescia. Quindi si può dire tutto e il contrario di tutto. E, per una volta, dovreste prendervi gioco dei vostri capi, dei governanti e di tutti quelli che vi danno ordini.
Consigli di lettura: la pronuncia CISAC oppure, per i non giuristi e per gli uomini di buona volontà (poiché non è più disponibile e lo trovate solo nelle biblioteche) quel capolavoro della letteratura etnologica che è Carnevale si chiamava Vincenzo, di Annabella Rossi e Roberto de Simone.

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Friday, February 12, 2010

Romani senza frontiere

Scrivo sempre velocemente e, in genere, di notte o la mattina presto (come in questo momento, mentre abbottono la camicia…).
Piccola precisazione relativa al post precedente: ovviamente il decreto Romani dovrebbe recepire la direttiva 65 del 2007 e non la direttiva 31 del 2000. Tuttavia, contiene delle norme che modificano quest’ultima direttiva - andando ben al di là degli scopi della stessa dirrettiva del 2007. Per questo motivo, forse sintetizzando eccessivamente, avevo inserito l’inciso relativo all’assenza di obbligo di autorizzazione.
Ne approfitto, però, per far notare un’altra cosa. L’art. 16 della direttiva del 2007 prevede che non siano servizi audiovisivi “i siti internet privati e i servizi consistenti nella fornitura o distribuzione di contenuti audiovisivi generati da utenti privati a fini di condivisione o di scambio nell’ambito di comunità di interesse”.
Cosa dice il decreto Romani? Ma il contrario, ovviamente. Non mi piace mai parlare di censura, penso che sia una parola abusata e da utilizzare con parsimonia.
Scappo, a Roma nevica!

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Monday, February 8, 2010

Romani, barbari o cinesi?

Il governo sta per varare un’altra norma di modernità, progresso e innovazione. Forse qualcuno avrà sentito parlare del decreto Romani. I punti salienti. La previsione di un’autorizzazione preventiva per i siti. Romani si giustifica dicendo che null’altro sarebbe se non il recepimento della direttiva sul commercio elettronico. A parte il fatto che la direttiva e’ stata recepita quasi 7 anni fa, chiunque sappia leggere potrà notare che l’art. 4 della direttiva dice esattamente il contrario: “Gli Stati membri garantiscono che l’accesso all’attività di un prestatore di un servizio della società dell’informazione ed il suo esercizio non siano soggetti ad autorizzazione preventiva o ad altri requisiti di effetto equivalente”.
E’ sempre rassicurante notare quanto i nostri politici siano consapevoli delle cose che vorrebbero regolamentare.
Una domanda, retorica ovviamente: ma non si potrebbe chiedere prima un parere (anche un pareruccio) di un esperto? Non dico di rivolgersi al sottoscritto, per carità. Ma ce ne sono tanti e tanto noti. La prossima volta, magari, prima di fare figure del genere, provate a chiamarne uno.
Secondo punto: Romani, il cui decreto è stato criticato da tutti, incluso il presidente dell’AGCOM, vorrebbe introdurre una sorta di parental control di Stato. L’unico Paese - per quanto ne so -in cui esiste qualcosa di simile è la Cina.
Poi ci sarebbero tante altre previsioni, che riguardano altri media e che fatto storcere il naso (e non solo) agli operatori dei relativi settori.
Tra le varie notizie del giorno c’e’ anche il complicato rapporto Telecom/Telefonica, sul quale ammetto di aver capito poco. Alzi pure la mano chi ha chiara la situazione.
Poi c’e’ in Francia la sentenza della Cassazione sul caso Tiscali. Ho già fatto cenno a questa decisione, ma vi consiglio di dare una lettura al commento del mio amico Lionel Thoumyre.

Consiglio di lettura: il report di Amnesty International sul controllo di internet da parte del governo cinese.

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Sunday, February 7, 2010

Prossimi impegni

Questi i prossimi convegni/lezioni (almeno quelli fissati al momento). Se qualcuno passa per una di quelle parti e ha voglia di un caffe’ o di un the, si faccia vivo!

17 feb bari
23 feb venezia
1 mar foggia
8 mar macerata
16-18 mar hannover (appuntamento interessante: conferenza internazionale su copyright e responsabilità in internet)
20 marzo roma (lezione al master luiss del prof. ghidini su propr intellettuale e industriale)
23 mar bari (lezione al cons dell’ordine degi avvocati su sport e diritto industriale + diritti televisivi + cosa un po’ nuova, diritti cinematografici e sport)

ps un’amica mi ha fatto notare che alle volte salto le virgole, ci sono pensieri “appesi”, ecc.
è vero, ma non mi rileggo mai!

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Wednesday, February 3, 2010

Il marchio Louvre e l’equo (?) compenso

In treno andando a Lecce. Treno notturno. Posto singolo, viaggio da “signore”, ma è impossibile sfuggire al senso di povertà e di abbandono che segna i treni notturni. Sui notturni mi viene sempre in mente una vecchia canzone degli Africa Unite, Subacqueo (temo che a ricordarla siamo una decina nel globo terrestre). Lecce è una delle città più belle e più irraggiungibili d’Italia. Una condanna, davvero.
La settimana scorsa sono stato a Milano. Concerto degli Arctic Monkeys al Palasharp, un posto indegno, con un’acustica terribile. È davvero sconcertante quanti pochi siano i posti in Italia in grado di accogliere un concerto rock e di garantire un livello di ascolto decente (almeno in proporzione al costo del biglietto).
Poi ho visto un paio di mostre. La triennale del design mi è piaciuta molto. Lo dico ai miei studenti: in quanti sapete dirmi dove finisce la tutela di un brevetto e inizia quella del diritto d’’autore? Prendete un Taschen sul design e poi provate a rispondere a questa domandina.
Ho visto anche la mostra di Hopper. Non sono un critico d’arte, ma mi sembrava un po’ miserabile. Ho comprato un libro di Jean Clair “La crisi dei musei”. La tesi di fondo – che parte dalla vicenda nota della creazione di un altro Louvre negli Emirati Arabi – è che i musei non possano essere commercializzati (nel senso che non dovrebbe essere possibile effettuare prestiti a lunga scadenza di opere di proprietà dei musei stessi) e che non sia possibile creare un marchio legato ad un museo (per restare al caso del libro, il marchio Louvre). La questione è complessa e Clair è anche affascinante quando parla della necessità di non trasformare l’arte in un prodotto (sono d’accordo al 100%) e quando ci ricorda che il rapporto con l’arte è inscindibilmente (almeno fino ad epoca recente) legato al rito. Tuttavia, dubito fortemente che non sia possibile creare un marchio Louvre. La questione, è evidente, non è giuridica. Se si riflette, sulla funzione del marchio, però, ci si dovrebbe render conto che sia ben possibile garantire la qualità di un allestimento, di una mostra. Louvre significa non solo Parigi. Significa anche una tradizione archivistica, significa esperti tra i più validi al mondo. E, allora, perché non usare quel marchio negli Emirati Arabi? E perché scandalizzarsi se ciò avviene per fare cassa? Sinceramente, trovo un po’ insopportabile il doversi appellare, sempre e comunque (alle volte in maniera quasi capricciosa) alle sovvenzioni statali?
Altre cose. L’ho scritto e lo ripeto. Il decreto sull’equo compenso è vergognoso. L’idea di fondo dell’equo compenso è la seguente: i consumatori acquistano dei prodotti destinati alla riproduzione delle opere, ad esempio, un cd vergine. Questo cd è gravato da una somma (un tributo, forse una tassa) che è proporzionale al suo costo e, a seguito del nuovo decreto, dalle sue capacità di memoria e che dovrebbe compensare gli autori del danno subito dalla riproduzione delle loro opere. Fin qui, nulla quaestio. Il problema, però, si pone allorquando si analizzano i meccanismi di ripartizione. Il decreto fissa le percentuali da destinare agli autori e quelle da destinare ai produttori, ma non dice chi, in realtà, prenda questi soldi. Ho cercato in ogni dove questi dati, ma non esistono (o, meglio, non sono pubblici). Non sarebbe il caso di assicurare maggiore trasparenza? Ma c’è dell’altro. SIAE trattiene, per non meglio specificate spese di gestione, una parte delle somme raccolte per l’equo compenso (nel 2007, se ben ricordo, qualcosa come 4 milioni di euro). Anche in questo caso, non sarebbe il caso di specificare dove vanno a finire questi soldi? Lo so che la cosa desterà meraviglia, ma, anche in questo caso, non ci sono dati.
E ancora. Il decreto ha ampliato a dismisura il paniere dei beni per i quali è dovuto l’equo compenso. Se acquisto una pen drive, ad esempio, una parte dei miei soldi andrà a compensare autori e produttori. Perché? Perché, naturalmente, una pen drive è una memoria e, in teoria, potrebbe contenere dei file musicali. Lo stesso vale per i telefonini. Qualcuno potrebbe obiettare che, generalmente, le pen drive vengono utilizzate per altro. Non importa. Fatti vostri.
Qualcun altro potrebbe obiettare che andrebbero scisse le utilizzazioni professionali da quelle amatoriali. Si pensi a chi acquista, per il proprio lavoro e non per duplicare cd, migliaia di cd vergini. Non meriterebbero di essere tutelati? La scorsa settimana ha chiamato allo studio un signore che produce apparecchi per il settore sanitario e che, ahilui, possono essere destinati alla registrazione. Deve pagare, ça va sans dire, l’equo compenso, partendo, nelle gare di appalto comunitarie, da una posizione più svantaggiata rispetto ai concorrenti stranieri che non pagano l’equo compenso e che, quindi, possono offrire prezzi minori.
Dimenticavo, altro problema. SIAE dice: abbiamo cambiato il decreto per adeguarlo all’Europa. A quale Europa? La direttiva 29 (e, in particolare, l’art. 5) non prevede alcuna armonizzazione, tant’è che sono pendenti alcune richieste pregiudiziali alla Corte di Giustizia (finalizzate, per l’appunto, a sapere se sussista o meno quest’intento di armonizzazione da parte della direttiva) e tant’è che in alcuni Paesi l’equo compenso non esiste (ad esempio, in Inghilterra ed in Irlanda). Di quale Europa parliamo? Forse dell’amata Francia, che ha aumentato i costi dell’equo compenso? Ma come, proprio quella Francia che ha un presidente la cui campagna elettorale è stata finanziata, tra gli altri, dal capo della FNAC, il più grande editore-produttore francese?
Consiglio di lettura: ovviamente Jean Clair, La crisi dei musei

Posted by Giovanni Maria Riccio in 01:50:39 | Permalink | No Comments »