Monday, February 8, 2010

Romani, barbari o cinesi?

Il governo sta per varare un’altra norma di modernità, progresso e innovazione. Forse qualcuno avrà sentito parlare del decreto Romani. I punti salienti. La previsione di un’autorizzazione preventiva per i siti. Romani si giustifica dicendo che null’altro sarebbe se non il recepimento della direttiva sul commercio elettronico. A parte il fatto che la direttiva e’ stata recepita quasi 7 anni fa, chiunque sappia leggere potrà notare che l’art. 4 della direttiva dice esattamente il contrario: “Gli Stati membri garantiscono che l’accesso all’attività di un prestatore di un servizio della società dell’informazione ed il suo esercizio non siano soggetti ad autorizzazione preventiva o ad altri requisiti di effetto equivalente”.
E’ sempre rassicurante notare quanto i nostri politici siano consapevoli delle cose che vorrebbero regolamentare.
Una domanda, retorica ovviamente: ma non si potrebbe chiedere prima un parere (anche un pareruccio) di un esperto? Non dico di rivolgersi al sottoscritto, per carità. Ma ce ne sono tanti e tanto noti. La prossima volta, magari, prima di fare figure del genere, provate a chiamarne uno.
Secondo punto: Romani, il cui decreto è stato criticato da tutti, incluso il presidente dell’AGCOM, vorrebbe introdurre una sorta di parental control di Stato. L’unico Paese - per quanto ne so -in cui esiste qualcosa di simile è la Cina.
Poi ci sarebbero tante altre previsioni, che riguardano altri media e che fatto storcere il naso (e non solo) agli operatori dei relativi settori.
Tra le varie notizie del giorno c’e’ anche il complicato rapporto Telecom/Telefonica, sul quale ammetto di aver capito poco. Alzi pure la mano chi ha chiara la situazione.
Poi c’e’ in Francia la sentenza della Cassazione sul caso Tiscali. Ho già fatto cenno a questa decisione, ma vi consiglio di dare una lettura al commento del mio amico Lionel Thoumyre.

Consiglio di lettura: il report di Amnesty International sul controllo di internet da parte del governo cinese.

Posted by Giovanni Maria Riccio in 01:35:49 | Permalink | No Comments »

Sunday, February 7, 2010

Prossimi impegni

Questi i prossimi convegni/lezioni (almeno quelli fissati al momento). Se qualcuno passa per una di quelle parti e ha voglia di un caffe’ o di un the, si faccia vivo!

17 feb bari
23 feb venezia
1 mar foggia
8 mar macerata
16-18 mar hannover (appuntamento interessante: conferenza internazionale su copyright e responsabilità in internet)
20 marzo roma (lezione al master luiss del prof. ghidini su propr intellettuale e industriale)
23 mar bari (lezione al cons dell’ordine degi avvocati su sport e diritto industriale + diritti televisivi + cosa un po’ nuova, diritti cinematografici e sport)

ps un’amica mi ha fatto notare che alle volte salto le virgole, ci sono pensieri “appesi”, ecc.
è vero, ma non mi rileggo mai!

Posted by Giovanni Maria Riccio in 07:43:18 | Permalink | No Comments »

Wednesday, February 3, 2010

Il marchio Louvre e l’equo (?) compenso

In treno andando a Lecce. Treno notturno. Posto singolo, viaggio da “signore”, ma è impossibile sfuggire al senso di povertà e di abbandono che segna i treni notturni. Sui notturni mi viene sempre in mente una vecchia canzone degli Africa Unite, Subacqueo (temo che a ricordarla siamo una decina nel globo terrestre). Lecce è una delle città più belle e più irraggiungibili d’Italia. Una condanna, davvero.
La settimana scorsa sono stato a Milano. Concerto degli Arctic Monkeys al Palasharp, un posto indegno, con un’acustica terribile. È davvero sconcertante quanti pochi siano i posti in Italia in grado di accogliere un concerto rock e di garantire un livello di ascolto decente (almeno in proporzione al costo del biglietto).
Poi ho visto un paio di mostre. La triennale del design mi è piaciuta molto. Lo dico ai miei studenti: in quanti sapete dirmi dove finisce la tutela di un brevetto e inizia quella del diritto d’’autore? Prendete un Taschen sul design e poi provate a rispondere a questa domandina.
Ho visto anche la mostra di Hopper. Non sono un critico d’arte, ma mi sembrava un po’ miserabile. Ho comprato un libro di Jean Clair “La crisi dei musei”. La tesi di fondo – che parte dalla vicenda nota della creazione di un altro Louvre negli Emirati Arabi – è che i musei non possano essere commercializzati (nel senso che non dovrebbe essere possibile effettuare prestiti a lunga scadenza di opere di proprietà dei musei stessi) e che non sia possibile creare un marchio legato ad un museo (per restare al caso del libro, il marchio Louvre). La questione è complessa e Clair è anche affascinante quando parla della necessità di non trasformare l’arte in un prodotto (sono d’accordo al 100%) e quando ci ricorda che il rapporto con l’arte è inscindibilmente (almeno fino ad epoca recente) legato al rito. Tuttavia, dubito fortemente che non sia possibile creare un marchio Louvre. La questione, è evidente, non è giuridica. Se si riflette, sulla funzione del marchio, però, ci si dovrebbe render conto che sia ben possibile garantire la qualità di un allestimento, di una mostra. Louvre significa non solo Parigi. Significa anche una tradizione archivistica, significa esperti tra i più validi al mondo. E, allora, perché non usare quel marchio negli Emirati Arabi? E perché scandalizzarsi se ciò avviene per fare cassa? Sinceramente, trovo un po’ insopportabile il doversi appellare, sempre e comunque (alle volte in maniera quasi capricciosa) alle sovvenzioni statali?
Altre cose. L’ho scritto e lo ripeto. Il decreto sull’equo compenso è vergognoso. L’idea di fondo dell’equo compenso è la seguente: i consumatori acquistano dei prodotti destinati alla riproduzione delle opere, ad esempio, un cd vergine. Questo cd è gravato da una somma (un tributo, forse una tassa) che è proporzionale al suo costo e, a seguito del nuovo decreto, dalle sue capacità di memoria e che dovrebbe compensare gli autori del danno subito dalla riproduzione delle loro opere. Fin qui, nulla quaestio. Il problema, però, si pone allorquando si analizzano i meccanismi di ripartizione. Il decreto fissa le percentuali da destinare agli autori e quelle da destinare ai produttori, ma non dice chi, in realtà, prenda questi soldi. Ho cercato in ogni dove questi dati, ma non esistono (o, meglio, non sono pubblici). Non sarebbe il caso di assicurare maggiore trasparenza? Ma c’è dell’altro. SIAE trattiene, per non meglio specificate spese di gestione, una parte delle somme raccolte per l’equo compenso (nel 2007, se ben ricordo, qualcosa come 4 milioni di euro). Anche in questo caso, non sarebbe il caso di specificare dove vanno a finire questi soldi? Lo so che la cosa desterà meraviglia, ma, anche in questo caso, non ci sono dati.
E ancora. Il decreto ha ampliato a dismisura il paniere dei beni per i quali è dovuto l’equo compenso. Se acquisto una pen drive, ad esempio, una parte dei miei soldi andrà a compensare autori e produttori. Perché? Perché, naturalmente, una pen drive è una memoria e, in teoria, potrebbe contenere dei file musicali. Lo stesso vale per i telefonini. Qualcuno potrebbe obiettare che, generalmente, le pen drive vengono utilizzate per altro. Non importa. Fatti vostri.
Qualcun altro potrebbe obiettare che andrebbero scisse le utilizzazioni professionali da quelle amatoriali. Si pensi a chi acquista, per il proprio lavoro e non per duplicare cd, migliaia di cd vergini. Non meriterebbero di essere tutelati? La scorsa settimana ha chiamato allo studio un signore che produce apparecchi per il settore sanitario e che, ahilui, possono essere destinati alla registrazione. Deve pagare, ça va sans dire, l’equo compenso, partendo, nelle gare di appalto comunitarie, da una posizione più svantaggiata rispetto ai concorrenti stranieri che non pagano l’equo compenso e che, quindi, possono offrire prezzi minori.
Dimenticavo, altro problema. SIAE dice: abbiamo cambiato il decreto per adeguarlo all’Europa. A quale Europa? La direttiva 29 (e, in particolare, l’art. 5) non prevede alcuna armonizzazione, tant’è che sono pendenti alcune richieste pregiudiziali alla Corte di Giustizia (finalizzate, per l’appunto, a sapere se sussista o meno quest’intento di armonizzazione da parte della direttiva) e tant’è che in alcuni Paesi l’equo compenso non esiste (ad esempio, in Inghilterra ed in Irlanda). Di quale Europa parliamo? Forse dell’amata Francia, che ha aumentato i costi dell’equo compenso? Ma come, proprio quella Francia che ha un presidente la cui campagna elettorale è stata finanziata, tra gli altri, dal capo della FNAC, il più grande editore-produttore francese?
Consiglio di lettura: ovviamente Jean Clair, La crisi dei musei

Posted by Giovanni Maria Riccio in 01:50:39 | Permalink | No Comments »

Friday, January 22, 2010

La révolution culturelle

All’aeroporto di Charleroi, tradito dalla mia ansia e dalla scarsa fiducia nei trasporti belgi. Il mio aereo parte tra quattro – dico quattro – ore. Sono seduto davanti agli arrivi. Poco fa è atterrato un aereo dal nord Africa e, nel grigio della Vallonia, sono comparsi anziani in abiti tipici, donne con gli occhi profondi del Sud, carnevali di chador colorati, denti d’oro e facce da duri. I piccoli belgi, oramai di terza generazione, stringevano borsette di Dora l’esploratrice o animaletti di peluche, mentre strani nonni gli parlavano in arabo e li baciavano sulla fronte. La nuova Europa. Che bella quest’Europa. Sono stato adolescente in un mondo che amava le differenze. Un mondo grandissimo, nel quale si andava poco all’estero. Senza voli low cost, senza internet. Un mondo provinciale eppure, paradossalmente, più aperto. Un mondo nel quale parlare della necessità di inserire un riferimento alle radici cristiane avrebbe fatto sorridere. Un mondo nel quale nessuno si preoccupava che i nuovi arrivati dovessero adattarsi ai nostri usi e consumi, credere al nostro Dio o rispettare le nostre feste. Dove i crocifissi erano appesi pacificamente alle pareti, nell’indifferenza di tutti.
Finito il convegno a Namur. Almeno per me. Ho perso la relazione di Giovanni Buttarelli (uno dei due italiani relatori), ma ho letto il testo che aveva consegnato. C’è stato un intervento sui problemi giuridici di Facebook (non poteva mancare, ovviamente), interessante, ben documentato.
Per il resto nulla che mi abbia colpito particolarmente.
Ho comprato un inserto di Le Monde Diplomatique, intitolato “Internet révolution culturelle”. Ho sfogliato l’indice e mi sembra molto interessante.
Ho letto la sentenza della cassazione francese sul caso Tiscali, in cui si torna a parlare di ISP come editori. Davvero un brutto ritorno al passato. Se vi interessa, la decisione è pubblicata qua: http://www.droit-technologie.org/actuality/details.asp?id=1294 commentata dai miei amici Thibault e Bertrand.
Consiglio di lettura: Tahar Ben Jelloun, Notte fatale oppure Moha il folle, Moha il saggio (regalatomi dalla mia migliore amica Daniela, tanti, ma proprio anni fa…credo fosse il 1992 o giù di lì).

Posted by Giovanni Maria Riccio in 14:35:23 | Permalink | No Comments »

Thursday, January 21, 2010

Namur (dieci anni dopo…)

Sono in Belgio, a Namur per il trentennale del CRID. È la mia quarta volta qua, la prima nel 1998. Mi fa anche un certo effetto, perché la prima volta avevo 23 anni ed ero all’inizio della mia carriera accademica. Qui il primo convegno internazionale (nel 2000, per il ventennale del CRID), qui le prime conoscenze. Ho praticamente dimenticato tutto il francese che parlavo. Il cielo, ora come allora, è grigio. Per il resto non mi sembra che sia cambiato molto.
La dottrina belga ha un pregio ed ha un difetto. Il pregio: è aggiornatissima. Il difetto: è aggiornatissima e basta, nel senso che non ha una spiccata capacità a guardarsi alle spalle, a cercare di ragionare per categorie generali. È significativo, a mio avviso, che nella sessione che sto seguendo (su commons e copyirhgt), l’unica che abbia fatto riferimento alla nozione storica di commons e ai limiti dei paradigmi proprietari è stata una collega francese.
Per il resto, a parte il mio personal déjà-vu, tutto molto bello e, come sempre, il CRID dimostra la capacità di catalizzare in una piccola cittadina di provincia (a dispetto del roboante cartello che ti accoglie in città e che dice “benvenuto nella capitale della Vallonia”). Chapeau, quindi, ad Yves Poullet ed al suo gruppo di ricercatori (coi quali, negli ultimi anni, mi è capitato di lavorare spesso, tutti bravi e seri).

Posted by Giovanni Maria Riccio in 16:56:55 | Permalink | No Comments »

Tuesday, January 19, 2010

Thai Kudzu e non muori mai (forse…)

Mia madre ha provato a farmi curare omeopaticamente per circa 30 anni e (purtroppo, devo ammettere) per pigrizia ultimamente ho smesso, preferendo imbottirmi di munnezza spacciata per medicina. Forse per questo mio retaggio familiare, ho letto con molto interesse una decisione della Corte Suprema thailandese, che ha stabilito che non è tutelabile un prodotto erboristico a base di Thai Kudzu, un’erba medica che avrebbe il potere di ritardare l’invecchiamento. In alcuni Paesi (ad esempio in Giappone e negli Stati Uniti) sono stati registrati dei brevetti relativi a prodotti contenenti quest’erba.
Nel 1999, anche un imprenditore thailandese ha ottenuto il brevetto “Herb Ingredient from Pueraria Candollei” (il nome scientifico dell’erba in questione), pretendendo che tutti gli altri imprenditori che producevano prodotti con tale ingrediente sospendessero immediatamente la produzione. Questi ultimi, però, hanno presentato in giudizio una pubblicazione del 1931, nella quale si sostenevano le proprietà della Thai Kudzu associata al latte (i due principali ingredienti del prodotto brevettato). Il titolare del brevetto, a sua volta, si è difeso sostenendo che il suo prodotto era composto anche da altri ingredienti, in grado di incidere sul colore e sull’odore del prodotto.
La Corte Suprema, però, ha ritenuto che tali ingredienti non fossero necessari per garantire le finalità officinali e, pertanto, ha revocato il brevetto inizialmente concesso. In sostanza, i giudici hanno stabilito che si tratta di una conoscenza tradizionale e che, in quanto tale, non è suscettibile di appropriazione, né può determinare la nascita di una privativa.
Ah dimenticavo. Se avete un trauma (ma non deve esserci sangue), non c’è prodotto migliore della pomata di arnica (soprattutto se UNDA). Può essere usata anche per i bambini piccoli, che frequentemente danno testate (è stata ampiamente testata anche su mia figlia, con ottimi risultati). Non posso augurarmi che la proviate, ma, nel caso, fatemi sapere…

consiglio di lettura: Terzani, Un altro giro di giostra (almeno la parte in cui parla delle cure hannemaniane) e poi, come minimo, la pagina di Wikipedia sull’omeopatia.

Posted by Giovanni Maria Riccio in 01:28:03 | Permalink | No Comments »

Saturday, January 16, 2010

equo (?) compenso?

sono all’aeroporto di catania e ho la febbre, mannaggia. la notizia del giorno (anzi, di due giorni fa) è l’approvazione del decreto sull’equo compenso (lo trovate sul sito del min. beni culturali). non sono in condizione di scendere nei dettagli, ma è un decreto folle, che favorisce quasi esclisivamente SIAE (che, non a caso, ha scritto il decreto), violando palesemente - almeno a mio modesto avviso - gli artt. 82 e 86 del trattato.

Posted by Giovanni Maria Riccio in 20:18:51 | Permalink | No Comments »

Monday, January 4, 2010

Di cosa avete paura? Di Facebook o delle streghe?

Premessa stupida: non ho simpatia per Tartaglia (al massimo umana pietà), meno ancora per i suoi ammiratori; non sono comunista (oramai sono più attuali i templari dei comunisti).
Però mi fa effetto notare che su Facebook esistano i seguenti gruppi (ne cito solo alcuni): “In carcere Tartaglia”; “ergastolo per Tartaglia” (e, fin qui, nulla di particolare); “Tartaglia for deficient”; “Tartaglia sei un coglione”; “Tartaglia bastardo malato”; “Impicchiamo Massimo Tartaglia”; “Massimo Tartaglia lapidato”; “Sopprimiamo Massimo Tartaglia”; “Bruciamo Massimo Tartaglia”; “Impikkiamo Tartaglia”; “A morte Tartaglia”; “Tartaglia fai schifo”; “Tartaglia di merda”; “Tartaglia interista” (bello questo…); “Tartaglia uomo di merda”…e tanti altri…
Sarebbe interessante capire dove sono finiti tutti i Soloni che avevano urlato la necessità di leggi per limitare Facebook (sic!) all’indomani della nascita dei gruppi che inneggiavano a Tartaglia. La libertà di opinione abbraccia - ed è giusto che lo faccia - i detrattori di Berlusconi e quelli di Tartaglia. Si puo’ discutere sui toni e sui limiti. Ma, per non cadere nel ridicolo, non si dovrebbero dimenticare le parole del giudice Brandeis: “Fear of serious injury cannot alone justify suppression of free speech and assembly. Men feared witches and burnt women. It is the function of speech to free men from the bondage of irrational fears”.
Consiglio di lettura: Melvin Urofsky, Louis D. Brandeis: A Life (segnalata dall’Economist come una delle migliori biografie del 2009).

Posted by Giovanni Maria Riccio in 14:25:24 | Permalink | No Comments »

Sunday, January 3, 2010

Buon 2010 (anche a chi non legge Freud)!

Non scrivo da un sacco di giorni e lo faccio all’alba della fine delle vacanze. Come sempre di fretta (oggi piu’ che mai, sto addirittura cucinando per mia figlia mentre scrivo).
Buon anno a tutti, per cominciare. Il 2009, per me, è stato un anno positivo, non posso lamentarmi. Certo, ci sono stati anche momenti brutti, qualche persona che mi ha deluso profondamente. Ma la vita è fatta anche di questo.
Alcuni appunti.
Ho scoperto di aver detto una cretinata (ne dico tante, me ne accorgo solo alle volte). Per le recite dei bambini, non occorre un’informativa privacy. Me l’ha detto mia moglie (che domani sarà a lecce a parlare di privacy nella scuola, dopo aver ricevuto una bellissima festa a sorpresa per il compleanno…), citandomi un proovvedimento del garante privacy che, onestamente, ignoravo.
Poi, ho letto qualche settimana fa, appena pubblicata, la decisione su YouTube e Mediaset. Per quanto si tratti di un provvedimento non definitivo, ci sono alcune indicazioni importanti. In partcolare, il punto dove si dice che la responsabilità degli ISPs deve essere valutata caso per caso. Davvero? A me sembra che la direttiva comunitaria ed il decreto di recepimento dicano cose un po’ diverse. Interessante, al momento, è segnalare, ancorsa una volta, come sia in atto un ripensamento - del quale, sincersamente, in tanti avremmo fatto a meno - del regime di responsabilità applicabile agli ISP. A questo punto, non si può che attendere con ansia la decisione del Tribunale di Milano sul caso Vividown. Speriamo bene…
Nel 2010 molte opere cadranno in pubblico dominio. Tra le tante, le opere di Freud. Attenzione solo ad un punto: cadono in pubblico dominio le opere, non le eventuali compilazioni. Ad ogni modo, buon 2010 a tutti, sperando che anche chi non legge Freud possa vivere cent’anni (un bravo a chi riconosce questa citazione).
Consiglio di lettura (a parte Freud): non c’entra nulla con le cose che studio, ma ho letto in una mezza nottata il libro di Mario Calabresi “Spingendo la notte più in là” (lo a mia sorella un anno fa…ho dovuto rubarlo dalla bibllioteca dei miei genitori…). Molto commuovente, senza essere patetico. Davvero bello. Poi un giorno, con chi ne ha voglia, mi piacerebbe discutere sul perché Sofri e Co. siano considerati innocenti, a dispetto di quello che dice la magistratura.

Posted by Giovanni Maria Riccio in 20:33:58 | Permalink | No Comments »

Wednesday, December 16, 2009

la libertà che tartaglia…

Purtroppo o per fortuna, sono letteralmente sommerso di lavoro e di scadenze da onorare (e che, comme toujours, non onorerò…). Quindi sarò breve e frettoloso (comme toujours).
Settimana tranquilla, sono stato solo a Foggia – di nuovo – e confermo l’ospitalità ed il calore dei foggiani. Il resto della settimana prevede, come eventi clou, le recite di fine anno di Cecilia.
L’altro giorno si discuteva sul fatto che i papà vanno alle recite per inquadrarsi le rispettive nuche nel tentativo di riprendere i marmocchi. Mi sono chiesto perché nessuna scuola (o quasi) faccia firmare delle liberatorie sull’utilizzo delle immagini dei bambini. Io non sono molto felice quando vedo una foto su facebook di mia figlia (e mi meraviglio che non ci siano ancora casi giudiziari per utilizzo illegittimo dell’immagine altrui, per violazione della privacy, ecc.) e credo che si dovrebbe usare molta cautela nel consentire ad altre persone di riprendere una recita di fine anno. Sono paranoico? Deformazione professionale? Non lo so, forse. Ma, ripeto, far firmare qualche carta, metterebbe al riparo le scuole da inconvenienti antipatici (sebbene ammetto che sia una forma di tutela che non coinvolge la posizione dei genitori e dei bambini, ma esclusivamente quella della scuola).
Riflessione del giorno. Insegno diritto della comunicazione e mi occupo di internet da piu’ di dieci anni.
Leggere che il governo vuole approvare delle norme per contrastare i gruppi su facebook ecc. ecc., mi fa sorridere e mi deprime al tempo stesso.
Oramai siamo abituati – grazie on. Carlucci! – a leggere dichiarazioni deliranti su quanto è cattiva e brutta internet. Su quanto fa male, su quanti pericoli crea. Nessuno che dica mai quanto bene fa e le potenzialità –sociali, culturali, economiche – che reca con sé.
Poi, nel caso di specie, la situazione è ancora più paradossale. Uno squilibrato ferisce il presidente del consiglio. Ho letto un fondo di Mario Calabresi sulla Stampa di lunedì, in cui scriveva che, di fronte a questi avvenimenti, dovrebbero essere abolite le parole però e ma. Ha perfettamente ragione. È un gesto gravissimo, che non ammette giustificazioni. Ma non esclude il fatto che vi si possa ironizzare. E, in tutta franchezza,fatico a comprendere cosa c’entri internet. Davvero il problema è che, a seguito di questo episodio, nascano sui social network dei gruppi che inneggiano a Tartaglia? Secondo me no.
Anni fa mi occupai del rapporto tra primo emendamento della Costituzione americana ed art. 21 cost. Le differenze sono macroscopiche, figlie anche del diverso contesto storico e della diversa impostazione culturale europea e nordamericana. Ma sarebbe bello se, qualche volta, l’approccio liberale che guidò la mano dei padri costituenti americani riuscisse a guidare anche il cervello (o, quanto meno, la bocca) dei nostri politici. Sarebbe bello se non ci considerassero sempre dei semplici consumatori di informazione (l’informazione ve la diamo noi, voi la consumate), ma cittadini che si informano (l’informazione la scelgo io, all’interno di tutta la gamma possibile, che dovrebbe spaziare – a mio modesto avviso – dal giornalino del Ku Klux Klan ai fan di Tartaglia, a dispetto di una fattispecie criminale forse un po’ fuori moda come l’apologia di reato).
Consiglio di lettura (per quanto datato e per quanto non sia un grande fan dell’autore): Cass Sunstein, Republic.com

Posted by Giovanni Maria Riccio in 16:00:31 | Permalink | No Comments »