Ieri ho fatto una conferenza a Norwich, all’University of East Anglia. Ora scrivo dal treno, un po’ annoiato dalla monotonia della campagna inglese…(ora sto passando da Ispwich, la città che nei primi anni ottanta riuscì ad aggiudicarsi una Coppa Uefa…quanti di voi lo ricordavano? Sì, sto invecchiando).
A Norwich ho illustrato ad alcuni studenti e a qualche collega, in che modo siano applicate le regole della proprietà intellettuale in alcuni casi che hanno visto coinvolti e-Bay e YouTube!
In altri termini, ho provato a spiegare che, nel caso di e-Bay, il problema non è se, per mezzo della più grande asta telematica del mondo, siano venduti o meno dei prodotti contraffatti, come – giusto per rimanete ai casi in questione – borse di Hermes o braccialetti di Tiffany. Davvero credere che i luxury brands vogliano tutelarsi dalla contraffazione attaccando e-Bay? Sarebbe interessante capire quante sono le borse di Hermes (o di Gucci, Prada, Chanel, ecc.) prodotte in Cina e quanti i falsi venduti su e-Bay.
Il problema, allora, è evidentemente un altro. Se compro una borsa per mia moglie su e-Bay, non avrò la necessità di andare nella boutique romana di Gucci (dove sono tutti molto carini, ma dove magari la borsa mi costa il doppio). Acquisterò su e-Bay, magari da una signora che è appena stata mollata dal marito e che, per ripicca, ha messo a prezzi stracciati tutte le borse che aveva ricevuto in dono.
Lo stesso discorso vale per YouTube!
YouTube! è stata citata in giudizio da Mediaset, da Telecinco, da T1 e da un altro canale televisivo statunitense che adesso mi sfugge. Il problema, apparentemente, sarebbe la violazione del copyright. YouTube! trasmette spezzoni di programmi che sono coperti dal diritto d’autore (che appartiene, appunto, alle società televisive).
Mi sorprende, e non poco, che le iniziative giudiziarie siano partite tutte da società televisive e non, ad esempio, da case discografiche. Eppure su YouTube! c’è un sacco di musica, spesso caricata da utenti. Eppure, sentendo la mia canzone preferita di questi giorni (Cornerstone degli Arctic Monkeys, chiaramente un reflusso tardo-adolescenziale), ho notato che era messa a disposizione dal canale dell’etichetta discografica che produce le scimmie artiche. E allora direte voi?
E allora, a me sembra evidente una cosa.
Le case discografiche sfruttano YouTube! per reclamizzare i propri dischi. Domani passerò per Stansted e lì probabilmente comprerò il disco degli Arctic Monkeys. Quindi, gli Arctic Monkeys guadagneranno qualche spicciolo da me, qualche altro spicciolo la loro casa discografica. E tutto perché ho sentito, per puro caso, una canzone su internet.
La situazione, però, cambia, con i canali televisivi. Se passo la serata sentendo gli Arctic Monkeys e i Franz Ferdinand oppure cercando spezzoni di serial televisivi degli anni ’80 (sì, sto invecchiando), probabilmente non guarderò la televisione. E se 100.000 Giovanni Riccio non guardano la televisione e passano le sere libere su YouTube! i pubblicitari, prima o poi, se ne accorgono. E, la prossima volta che dovranno decidere dove investire, investiranno in pubblicità su YouTube! e non sui canali televisivi.
Siamo sicuri, allora, che sia davvero un problema di copyright? Non si tratta, forse, di una guerra tra diversi modelli di business? O, per dirla appena diversamente, non stiamo assistendo ad una battaglia tra la old economy, che cerca di riprendersi i soldini che la new economy le sta sottraendo?