In treno andando a Lecce. Treno notturno. Posto singolo, viaggio da “signore”, ma è impossibile sfuggire al senso di povertà e di abbandono che segna i treni notturni. Sui notturni mi viene sempre in mente una vecchia canzone degli Africa Unite, Subacqueo (temo che a ricordarla siamo una decina nel globo terrestre). Lecce è una delle città più belle e più irraggiungibili d’Italia. Una condanna, davvero.
La settimana scorsa sono stato a Milano. Concerto degli Arctic Monkeys al Palasharp, un posto indegno, con un’acustica terribile. È davvero sconcertante quanti pochi siano i posti in Italia in grado di accogliere un concerto rock e di garantire un livello di ascolto decente (almeno in proporzione al costo del biglietto).
Poi ho visto un paio di mostre. La triennale del design mi è piaciuta molto. Lo dico ai miei studenti: in quanti sapete dirmi dove finisce la tutela di un brevetto e inizia quella del diritto d’’autore? Prendete un Taschen sul design e poi provate a rispondere a questa domandina.
Ho visto anche la mostra di Hopper. Non sono un critico d’arte, ma mi sembrava un po’ miserabile. Ho comprato un libro di Jean Clair “La crisi dei musei”. La tesi di fondo – che parte dalla vicenda nota della creazione di un altro Louvre negli Emirati Arabi – è che i musei non possano essere commercializzati (nel senso che non dovrebbe essere possibile effettuare prestiti a lunga scadenza di opere di proprietà dei musei stessi) e che non sia possibile creare un marchio legato ad un museo (per restare al caso del libro, il marchio Louvre). La questione è complessa e Clair è anche affascinante quando parla della necessità di non trasformare l’arte in un prodotto (sono d’accordo al 100%) e quando ci ricorda che il rapporto con l’arte è inscindibilmente (almeno fino ad epoca recente) legato al rito. Tuttavia, dubito fortemente che non sia possibile creare un marchio Louvre. La questione, è evidente, non è giuridica. Se si riflette, sulla funzione del marchio, però, ci si dovrebbe render conto che sia ben possibile garantire la qualità di un allestimento, di una mostra. Louvre significa non solo Parigi. Significa anche una tradizione archivistica, significa esperti tra i più validi al mondo. E, allora, perché non usare quel marchio negli Emirati Arabi? E perché scandalizzarsi se ciò avviene per fare cassa? Sinceramente, trovo un po’ insopportabile il doversi appellare, sempre e comunque (alle volte in maniera quasi capricciosa) alle sovvenzioni statali?
Altre cose. L’ho scritto e lo ripeto. Il decreto sull’equo compenso è vergognoso. L’idea di fondo dell’equo compenso è la seguente: i consumatori acquistano dei prodotti destinati alla riproduzione delle opere, ad esempio, un cd vergine. Questo cd è gravato da una somma (un tributo, forse una tassa) che è proporzionale al suo costo e, a seguito del nuovo decreto, dalle sue capacità di memoria e che dovrebbe compensare gli autori del danno subito dalla riproduzione delle loro opere. Fin qui, nulla quaestio. Il problema, però, si pone allorquando si analizzano i meccanismi di ripartizione. Il decreto fissa le percentuali da destinare agli autori e quelle da destinare ai produttori, ma non dice chi, in realtà, prenda questi soldi. Ho cercato in ogni dove questi dati, ma non esistono (o, meglio, non sono pubblici). Non sarebbe il caso di assicurare maggiore trasparenza? Ma c’è dell’altro. SIAE trattiene, per non meglio specificate spese di gestione, una parte delle somme raccolte per l’equo compenso (nel 2007, se ben ricordo, qualcosa come 4 milioni di euro). Anche in questo caso, non sarebbe il caso di specificare dove vanno a finire questi soldi? Lo so che la cosa desterà meraviglia, ma, anche in questo caso, non ci sono dati.
E ancora. Il decreto ha ampliato a dismisura il paniere dei beni per i quali è dovuto l’equo compenso. Se acquisto una pen drive, ad esempio, una parte dei miei soldi andrà a compensare autori e produttori. Perché? Perché, naturalmente, una pen drive è una memoria e, in teoria, potrebbe contenere dei file musicali. Lo stesso vale per i telefonini. Qualcuno potrebbe obiettare che, generalmente, le pen drive vengono utilizzate per altro. Non importa. Fatti vostri.
Qualcun altro potrebbe obiettare che andrebbero scisse le utilizzazioni professionali da quelle amatoriali. Si pensi a chi acquista, per il proprio lavoro e non per duplicare cd, migliaia di cd vergini. Non meriterebbero di essere tutelati? La scorsa settimana ha chiamato allo studio un signore che produce apparecchi per il settore sanitario e che, ahilui, possono essere destinati alla registrazione. Deve pagare, ça va sans dire, l’equo compenso, partendo, nelle gare di appalto comunitarie, da una posizione più svantaggiata rispetto ai concorrenti stranieri che non pagano l’equo compenso e che, quindi, possono offrire prezzi minori.
Dimenticavo, altro problema. SIAE dice: abbiamo cambiato il decreto per adeguarlo all’Europa. A quale Europa? La direttiva 29 (e, in particolare, l’art. 5) non prevede alcuna armonizzazione, tant’è che sono pendenti alcune richieste pregiudiziali alla Corte di Giustizia (finalizzate, per l’appunto, a sapere se sussista o meno quest’intento di armonizzazione da parte della direttiva) e tant’è che in alcuni Paesi l’equo compenso non esiste (ad esempio, in Inghilterra ed in Irlanda). Di quale Europa parliamo? Forse dell’amata Francia, che ha aumentato i costi dell’equo compenso? Ma come, proprio quella Francia che ha un presidente la cui campagna elettorale è stata finanziata, tra gli altri, dal capo della FNAC, il più grande editore-produttore francese?
Consiglio di lettura: ovviamente Jean Clair, La crisi dei musei